Bicchiere

Ci sono giorni in cui tutto sembra andare storto: avete presente quei momenti in cui non si ha una gran voglia di fare perché i piani si rovesciano, gli assi scricchiolano e uno inizia a porsi molte (troppe) domande? Perdersi in un bicchier d’acqua, lo chiamano.

E infatti ero (quasi) in ritardo, venerdì sera. Dove nel quasi di una persona meticolosa, uno ci può leggere la paura di esserlo a tutti gli effetti, ma nonostante questo, dopo aver fatto scattare la serratura della macchina, ci gira attorno per controllare di avere parcheggiato decentemente. Mentre m’immaginavo gl’improperi del tizio con l’Audi accanto alla mia Puntolina, iniziavo a camminare con quell’andatura di tic-tac che contraddistingue le serate un po’ eleganti e relativamente impegnative. “Scema sono, proprio scema!” a voce bassa ma pur sempre udibile, dato che non c’era nessuno, non avevo trovato il passaggio giusto e mi toccava fare tutto il giro del teatro. “Scema, perché lo sapevo che con la casa bruciata in mezzo al paese, la strada era ancora chiusa”, motivo del mio ritardo.

Intabarrata, mezza imprecante come mio solito, arrivo alla fine della salita e mi vedo passare davanti un berretto da muratore; sotto al berretto, un uomo con giacca, infreddolito anche lui; magro e spedito, che sta andando dove dovrei andare io, cioè verso l’entrata del teatro. Mi zittisco, allungo il passo e la mano, ritrovo la voce e mi presento. Lui mi guarda sorpreso e con il tono fermo e gentile che lo contraddistingue, acconsente.

È così che cinque minuti scarsi dopo mi ritrovo nei camerini sotto il palco, ancora troppo rumorosi per lui che ci tiene che l’intervista audio esca bene e che si è quindi messo ad aprire tutte le porte attorno per trovare un locale adatto, insonorizzato. Con il registratore acceso in mano, l’agenda con le domande sopra una lavatrice (spenta) e l’uomo dalle risposte intense e stringate nel metro quadro restante della stanza, benedico la strada chiusa, il mio quasi ritardo ed il perenne scrupolo di una parcheggiatrice distratta. Ho davanti a me Erri De Luca e lo sto intervistando.

Altro che bicchier d’acqua!

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Agenda

Da qualche anno acquisto l’agenda per l’anno successivo osservando bene la copertina. Mi assicuro sempre che ci sia spazio a sufficienza per descrivere le attività di ogni giorno: sono una maniaca del segnarmi le cose, di scrivere impegni e contrassegnarli come svolti o in attesa di. Perciò sì, ho bisogno di spazio e ne consegue che la borsa debba essere all’altezza del compito, più che altro nelle dimensioni. Ma l’oggetto in generale mi deve trasmettere qualcosa, in questa perpetua rincorsa alla ricerca di senso che è l’affanno quotidiano, se non mensile; la cosa buffa è che, allo scadere dell’anno guardando al tempo trascorso, mi rendo spesso contro di come c’avessi azzeccato oppure fossi andata a cercarmela. Ad esempio, nel 2016 ho vissuto in simbiosi con l’agenda di Guerre Stellari e sì, posso assicurare di essermi sentita più volte sia chiusa in una navicella in viaggio per mete solo mie, che continuamente sballottata da un pianeta all’altro, ma soprattutto alle prese con sfide mai troppo grandi, ma nemmeno troppo piccole.

Per farla breve, ecco l’agenda che ha catturato la mia attenzione per l’anno che verrà e che è finita nella relativa nuova e capiente borsa. Lascio a voi i commenti, augurando #tantaserenità e tutti!

 

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Merken

Edifici

Costruiamo edifici, ma non sappiamo che ne sarà di loro. Quali funzioni diverse assumeranno nel tempo, chi ridipingerà le pareti, quali porte verranno murate. Abbozzo il pensiero mentre mi trovo in biblioteca, circondata da muri di pagine, innalzati a loro volta da scrittori spesso ignari dell’uso delle proprie parole da parte dei lettori.

Lo penso perché queste mura ospitavano la scuola media dove, decenni fa, studiarono i miei genitori. E il fatto di scegliere un passato remoto, tanto lontano dalle abitudini verbali di noi gente del nord, per descrivere questa condizione, me la colloca in un tempo tanto diverso, quanto l’aspetto attuale di questo edificio.

Mamma s’è un po’ incespicata entrandoci ieri mattina. Mi ha guidata timidamente tra i ricordi di una preadolescente altrettanto timida, a disagio nello spingere le porte – ora diverse – e nell’ascoltare lo scalpiccìo dei propri piedi sugli stessi gradini – rimasti uguali, appena più levigati. Ho ascoltato il suo stupore nel tastare con le suole il cambiamento che l’uomo ha imposto al luogo, che il tempo ha imposto al quotidiano, che tutto questo impone – da secoli – agli stessi edifici.

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Luce

È arrivata la stagione in cui si accendono le lampade presto la sera, dopo che il sole è scivolato schivo dietro i monti. Non è tanto il caldo a mancare, quanto la luce delle sere di giugno, che sembrano protrarsi all’infinito e cancellare il confine dell’orizzonte.

È arrivato il periodo dell’anno in cui iniziamo a sentirci più chiusi, leggermente irritabili, restii all’aggregazione; ma abbiamo ancora il vino, le castagne e siamo in attesa che i boschi s’incendino delle meraviglie d’autunno.

È arrivato il momento in cui aspettiamo cauti l’inverno, credendo che questa stagione ne sia solo il preludio e ci dimentichiamo della compiutezza di ottobre, il mese alle porte. Iniziamo però a cercare nelle case quel calore che si nasconde ormai nel primo pomeriggio, o nel mattino inoltrato; che sbircia dalle terrazze e si appisola accanto alle rose.

È troppo presto per accendere i caminetti, ma siamo e restiamo in cerca di bellezza, eternamente affamati di luce.

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Domenica

Andare ad un festival di fotografia,

Perdersi fra le strade di un festival di fotografia,

Scoprire i dettagli della Pieve di San Siro per bocca del custode,

Pensare a nuovi spunti visivi di storytelling,

Abbracciare il gatto con il sole che entra dalla portafinestra,

Rubare uno scatto della Concarena al tramonto,

Bersi un tè sul divano sotto a una coperta azzurra,

Ridere delle proprio foto sfuocate,

Abbandonarsi alla musica che ronza nella testa,

Amare il luogo nel quale si è nati.

Piccoli spunti per essere felici – anche di domenica.

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Spettacolo

C’è stato un periodo in cui ascoltavo spesso Vecchioni e questa canzone  – “L’Ultimo Spettacolo” – era nel repertorio che mi concedevo, nei momenti sì e in quelli no, anche prima di andare a dormire.
“Ma tu non mi parlavi
e le mie idee come ramarri
ritiravano la testa
dentro il muro, quando è tardi
perché è freddo, perché è scuro”
Stasera che mi trovo a preparare la puntata da registrare domattina presto, mi dedico un po’ di tempo perché ho deciso d’inserirla come seconda traccia. Avevo bisogno di Grecia, di quella antica. E di piccolezze di uomini, di quelle che Vecchioni sa raccontare tanto bene. Frugavo nel web dopo avere frugato nella memoria, per giustificare all’orecchio dell’ascoltatore le ragioni della mia scelta musicale e ho trovato qualcosa che mi ha colpita; più o meno a livello dello sterno:
“Nel testo viene prima fatto un parallelo tra i personaggi della mitologia greca descritti da Omero forti e sicuri della propria onnipotenza e quella della realtà definiti uomini goffi, disperati e nudi che, talvolta, però possono aver la meglio. Vecchioni, ricorda i greci, come eroi che partivano per le proprie guerre come fa lui, in veste di cantautore, che parte per portare la musica di città in città ma, a differenza di quei miti, lui non ha una donna ad aspettare il suo ritorno.” (fonte)
Storie di piccolezze, di eroi mancati e di quotidianità. Epico e prosaico mischiati nella realtà con la quale facciamo i conti ogni giorno. La stessa le cui storie cerchiamo di raccontare in radio; o la storia della realtà che ci raccontiamo alla sera, scrivendo una bozza di puntata, che ci troveremo a ripetere domani, di fronte ad un microfono, ma a occhi chiusi.
“Ma non venite a dirmi adesso lascia stare
o che la lotta deve continuare,
perché se questa storia fosse una canzone
con una fine mia, tu non andresti via.”

vecchioni

Merken

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Formattare

Ho formattato il telefono.

Scava che ti riscava, uno a sistemare il telefono compie una specie di cambio degli armadi, discreto ma pur sempre epocale. Forse un giorno ci scriveranno degli atti teatrali o magari dei racconti brevi sulle ripuliture degli smart phone, quando i racconti brevi avranno dimostrato al mondo e alle case editrici che vendono ancora e che vendono bene.

Io nel mio piccolo, fidandomi già decisamente poco della tecnologia – visti i precedenti – ho colto l’occasione di salvarmi prima tutti i contatti su un database nuovo di zecca. A computer, battuto in Excel perché l’ordine compulsivo si fa strada dentro di noi quando temiamo di perdere qualcosa e quando il senso di voler dare un senso s’impadronisce di rubriche, nomi e prefissi. Trovo affascinante la scelta di salvare alcuni contatti perché “non si sa mai”, altri perché “se si fanno vivi loro, almeno so chi sono”; ancora più seducente però, è la scelta di cancellarli del tutto alcuni numeri: dalla rubrica e dal database, possibilmente anche dal cervello.

È in questo processo catartico che il semplice gesto del formattare un telefono ti fa sentire la strada sotto i piedi; che di camminare, un po’ come di formattare, non si finisce mai.

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