Formattare

Ho formattato il telefono.

Scava che ti riscava, uno a sistemare il telefono compie una specie di cambio degli armadi, discreto ma pur sempre epocale. Forse un giorno ci scriveranno degli atti teatrali o magari dei racconti brevi sulle ripuliture degli smart phone, quando i racconti brevi avranno dimostrato al mondo e alle case editrici che vendono ancora e che vendono bene.

Io nel mio piccolo, fidandomi già decisamente poco della tecnologia – visti i precedenti – ho colto l’occasione di salvarmi prima tutti i contatti su un database nuovo di zecca. A computer, battuto in Excel perché l’ordine compulsivo si fa strada dentro di noi quando temiamo di perdere qualcosa e quando il senso di voler dare un senso s’impadronisce di rubriche, nomi e prefissi. Trovo affascinante la scelta di salvare alcuni contatti perché “non si sa mai”, altri perché “se si fanno vivi loro, almeno so chi sono”; ancora più seducente però, è la scelta di cancellarli del tutto alcuni numeri: dalla rubrica e dal database, possibilmente anche dal cervello.

È in questo processo catartico che il semplice gesto del formattare un telefono ti fa sentire la strada sotto i piedi; che di camminare, un po’ come di formattare, non si finisce mai.

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Sfoghi

L’essere umano ha bisogno di sfoghi; finché non sono di carattere cutaneo, de gustibus.

Capita di stare poco bene, di mandare a monte un pomeriggio sotto il sole tra le torri e le bancarelle della Mostra Mercato di Bienno. Capita di arrabbiarsi all’inverosimile, prendendosela perché questa avrebbe dovuto essere un’estate di eventi, di capriole in montagna e di tuffi nei boschi. La verità è che, come sempre quando ci si arrabbia, è la parte più piccola ed indifesa di noi che ci dà noia, quella che si becca febbre e malanni anche ad agosto, quella che c’impone di tirare il freno quando vorremmo correre. Capito il problema, alquanto comune… che fare?

Girare la macchina, trovare una libreria aperta di domenica. Imprecare silenziosamente perché le prima presa è in un centro commerciale, perché mancano i titoli – tanti – che vorrei vedere sugli scaffali e magari portarmi a casa. Ma abbiamo capito come anche questo faccia parte del gioco. Guardo gli sconti, mi s’illuminano gli occhi. Torno a casa riflettendo: penso alla – mia– infinitamente tenera debolezza umana che Pasolini e Donna Tartt sono destinati a riportarmi alla mente nelle letture presenti e future. Ad ognuno le sue debolezze e mancanze insomma; per il resto, è questione di sfoghi.

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Stupore

Le foto più belle non devono essere perfette, ti devono trasmettere qualcosa in cui ti puoi riconoscere o del quale vorresti prendere coscienza. A volte, poco importa se la luce ti tradisce, se si sfuoca e non riesci a regolare bene la macchina; non che il pressapochismo si debba o possa perdonare, ma c’è per certo una bellezza anche nel cogliere l’evento per quello che è, con le sue sfaccettature di mancata precisione.

Un po’ come nell’improvvisazione, nello scoppio di risa o negli scrosci di un temporale d’agosto. La fotografia, come le parole scritte, i file audio e le copertine dei libri, deve poter raccontare una storia. La storia più bella, resta forse quella della voce umana, che canti o parli o vibri di luce propria in una sala rimasta al buio. Grazie Paola Turci, le tue note, le tue parole, ci hanno regalato emozioni fortissime! Amarsi ancora e lo stesso, amarsi sempre è possibile, è doveroso. Un imperativo insomma; l’unico, che dovremmo essere davvero sicuri di difendere, di volere e di osservare silenziosi, che sia allo scoperto o al riparo dalle chiacchiere di una platea.

Restano fotografie un poco sfocate, ma ricordi vivi. Resta una voce intensa, in una sala tra luce ed ombra, dettagli e stupore.

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Ferragosto

Una città semi-deserta lascia spazio all’immaginazione.

Si racconta da sola tra vicoli, serrande abbassate, portoni inaccessibili. Le fontane cantano una storia per qualche sanpietrino, l’acciottolato rovente bolle sotto il sole d’agosto, libero da incerti passi condotti altrove. Una pacchia per il mondo dei monumenti; per le statue, che sembrano tessere ponti di voci silenziose al di sopra della cappa di afa: “Niente di nuovo dal tetto del duomo?”, di rimando: “No, ancora avvistato nessuno…”. Il corso diventa il letto di un fiume prosciugato, che tutto sa e nulla dice, che tutto s’appresta a raccogliere, che tutto s’accinge a nascondere. Solo una cosa può essere più sconvolgente: il centro commerciale immerso nel silenzio, con la merce ben esposta in vetrina.

Godiamone finché possibile. Buon Ferragosto!

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Camunerie

Questa cosa delle Camunerie a Breno a me pare splendida.

In tutti questi anni, non ero mai riuscita ad andarci: o ero via, troppo lontana, oppure buffamente mi mancava il pretesto (troppo vicina?). Avendo ritrovato l’equilibrio di quella che è partita, tornata e conta di ripartire, visitare scene e paesaggi locali è d’obbligo. Quindi, ho rotto il sortilegio che mi impediva di andare e mi sono ingollata la mia bella fetta di Medioevo camuno. Uno spettacolo! E mi fa piacere riprendere il blog – un blog di piccole cose – con questa gioia momentanea di una a cui è finalmente passata la febbre e che si è riscoperta innamorata di quella splendida location che a tutti gli effetti è il Castello di Breno. Avere poi avuto la fortuna di una giornata di sole, meglio ancora, ecco. Il fatto poi di riscoprire i luoghi dando spazio all’amicizia, fa ancora più piacere. Sarà che dei giorni che scorrono, riusciamo solo a salvare gli istanti più intensi; sarà che il fascino del passato cresce se abbiamo cura di non collocarlo in una località precisa del tempo; sarà che quattro sassi e quattro mura la sanno più lunga  delle nostre stagioni apparentemente infinite di treni, aerei e valigie…

Sarà insomma, che tornare fa bene.

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Morire, di troppa umanità

Il libro di cui parlerò giovedì in radio, racconta una storia triste e anche bellissima. Ho registrato il podcast questo pomeriggio e in un paio di punti non è stato facile. Un po’ per la lavatrice messa in moto dalla coinquilina, che non volevo si sentisse… perché va bene il senso d’immediatezza che tanto amo nelle trasmissioni radiofoniche, ma la centrifuga come sottofondo mentre parlavo di ghigliottina, non mi avrebbe tanto aiutata.

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