Tana

Weekend di fine feste con sintomi influenzali da scongiurare. Mission impossible, considerato il freddo intenso che c’è fuori ed il bel sole che anche senza neve t’invoglia alle passeggiate. Ecco, questo è uno di quei casi in cui essere nerd ti giova alla salute, al contrario di tanti altri (tipo quando dovresti uscire e fare attività fisica, o coltivare una vita sociale in cui le persone s’incontrano davanti ad un bicchiere o ad una cioccolata calda. Aperitivi si chiamano… strana roba).

Invece no, coltivare interessi da nerd fa bene, e non solo al cervello: resto convinta che passare da Pottermore a Gotham dopo l’autobiografia di J-Ax costituisca un modo molto efficace per rafforzare le sinapsi. Così, salvo mettere il naso fuori per farmi un nuovo taglio (e questo fa bene allo spirito, oltre che al look), ho passato il weekend della Befana sotto le coltri, riprendendo in mano le serie TV trascurate prima di riattivare una connessione affidabile e dedicandomi ai social e alla lettura. Oltre che al mio gatto, ovviamente. Forse non esattamente un weekend graffiante, ma di sicuro un modo per debellare nausea, brividi ed il resto dell’entourage dei sintomi influenzali. Da rifare, direi.

(Anche le linci hanno bisogno di una tana calda, lo sapevate?)

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Percepibile

Provo un piacere profondo nel percorrere strade di campagna e di montagna con la macchina fotografica al collo; a volte anche di città, quando capita. Forse perché mi sembra di dare un senso all’attimo, di poter spremere fino all’ultima goccia le possibilità offerte dal contesto: roba da project management, che uno si dovrebbe lasciare alle spalle nel momento in cui s’infila le scarpe da trekking e prende una strada sterrata… Poi c’è la magia del riuscire a comunicare qualcosa, del catturare luce, ma anche ombra e forme che danno senso al tempo e alla tua presenza in quel luogo.

Una volta, alla prima macchina digitale compatta, ero profondamente attratta dalle superfici: stoffe, acqua ma anche cortecce e più rugose erano, meglio si prestavano alle luci cangianti del giorno e alla capacità di fissare sguardo e ricordi. Mi piaceva così, insomma. Ultimamente – togliendo il fascino mai spento che l’acqua come elemento esercita su di me – punto tanto ai paesaggi, ai dettagli o alla ritrattistica: in pratica a tutto ciò che possa essere facilmente riconoscibile, o che abbia una storia – spesso di tenerezza – da raccontare. Qualche giorno fa sono però tornata per caso alla corteccia, una pelle ruvida e grezza sotto la cui superficie scorre un mondo invisibile all’obiettivo e che solo l’idea dell’appoggiarvisi contro e del mettersi in ascolto, rende vagamente percepibile.

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2017

Per tanti il 2016 è stato un brutto anno e lo dico con un sorriso dolceamaro: anno bisesto anno funesto, come si suol dire. Se non fossi proprio nata il 29 di febbraio, non mi verrebbe da sorridere, insomma. Per me l’anno che ci siamo appena lasciati alle spalle è stato molto importante, perché ho voluto prendere delle decisioni e rimettermi al centro. E così è stato: ho iniziato il 2016 ascoltando il concerto su Radio2, immersa nella vasca da bagno e promettendomi che mi sarei presa cura di me stessa come non avevo mai imparato a fare, o che almeno ci avrei provato. Posso dire di avere tenuto fede alla promessa e che, come tutti i cambiamenti che si rispettino, c’ho messo il cuore e non è stato semplice.

Per il 2017 ho il desiderio di mettere tutta l’energia che ho scoperto di avere dentro nei sogni e nei progetti che mi stanno a cuore. Ancora non svelo il motivo, ma nel mio mondo mitologico personale sarà l’anno della lince. Un anno graffiante, che lascerà il segno e che mi permetterà di mettere a frutto quanto raccolto per strada e maturato finora. Non ci credete? Mi spiace per voi, perché di fatto non si tratta di meri propositi: i progetti ai quali punto si stanno già realizzando e sono fiera di questa tenacia e della voglia di percorrere la strada ad ogni curva e passaggio, aspettando le salite per mostrare di quanto slancio sono capace. Buon 2017 a tutti dalla lince e, come sempre, buona strada!

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L’80%

Il mio gatto non sta bene, per questo l’abbiamo messo in una scatola in attesa di portarlo dal veterinario domani. È il mio gatto italiano, l’unico che mi è rimasto: un tigrotto che sta invecchiando e che da qualche mese al mattino torna a casa graffiato e sanguinolento. Non succede tutti i giorni, ma quando capita, mamma se lo mette sulle ginocchia sopra ad uno straccio pulito e con il cotton fioc inizia a medicarlo. Lui la lascia fare.

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Qualche giorno fa ho letto che i gatti passano l’80% del loro tempo a dormire. A me sembra un lasso di tempo immenso, ma pensandoci bene significa che: 1) nel restante 20% si rendono iperattivi, 2) sanno dare il giusto spazio ai sogni. Brivido sogna spesso: me ne accorgo facilmente perché all’improvviso si muove in maniera scomposta, come se avesse le convulsioni. Altre volte, lo sorprendiamo a russare: fa una specie di rantolo che cresce d’intensità a mano a mano che lui si rilassa; da qualche giorno emette anche un suono buffissimo, che lo fa sembrare uno stantuffo: l’aria gli si raccoglie piano in bocca e poi sguscia fuori da un’estremità della bocca, provocando un piccolo schiocco. È tenerissimo.

Quindi stanotte, volente o nolente la passerà in casa, al riparo dal freddo, dallo sporco e anche da altre liti. Dato che ha trascorso tutto il giorno nella scatola a riposare, mi auguro che per una volta dall’80 passi al 99%, altrimenti qui non dorme più nessuno… Se ci dovesse riuscire, mi piacerebbe insegnasse anche a  me la capacità di dedicare al sogno lo spazio ed il tempo che si merita; dopotutto, per sognare di più, penso d’essere disposta pure io a prendermi qualche sano graffio sul muso.

Lanterna

Una lanterna con il vetro rotto, screziato; rimasuglio inscatolato dei tanti traslochi di una vita che non è solo mia. Anche se stavolta a spostarmi non sono io, ma i ricordi e gli oggetti ammassati nel tempo, zuppi di umidità e memoria. L’ho salvata, pensando che mia madre l’avrebbe rivista volentieri questa lanterna. Nonostante il vetro rotto, ha tutto quel che le serve per fare il suo dovere: il posto per la candela, un chiavistello per chiuderla dagli spifferi e un manico in metallo per appenderla.

La accendiamo la sera, perché fa Natale e ci siamo ripromesse di evitare lucine e addobbi di troppo: solo un po’ di cera al retrogusto di paraffina, qualche stoppino acceso qua e là per casa a simboleggiare il periodo e a scaldare l’atmosfera. Ieri sera stavo trascrivendo le citazioni da un libro che mi è particolarmente piaciuto e di cui parlerò in radio domani. Ho preso un post-it rosa, la penna nera e ho tracciato le parole di Yoko Ono, cosí vere in questo dicembre senza neve a fare da tappabuchi al mondo storto: “Il contrario dell’amore non è l’odio, è la paura”. L’ho condivisa su Instagram, anche se il telefono me l’ha sfuocata tutta. Con voi condivido solo la luce della candela nella lanterna, che anche con il vetro rotto fa quel che può, come tutti in fin dei conti.

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Bicchiere

Ci sono giorni in cui tutto sembra andare storto: avete presente quei momenti in cui non si ha una gran voglia di fare perché i piani si rovesciano, gli assi scricchiolano e uno inizia a porsi molte (troppe) domande? Perdersi in un bicchier d’acqua, lo chiamano.

E infatti ero (quasi) in ritardo, venerdì sera. Dove nel quasi di una persona meticolosa, uno ci può leggere la paura di esserlo a tutti gli effetti, ma nonostante questo, dopo aver fatto scattare la serratura della macchina, ci gira attorno per controllare di avere parcheggiato decentemente. Mentre m’immaginavo gl’improperi del tizio con l’Audi accanto alla mia Puntolina, iniziavo a camminare con quell’andatura di tic-tac che contraddistingue le serate un po’ eleganti e relativamente impegnative. “Scema sono, proprio scema!” a voce bassa ma pur sempre udibile, dato che non c’era nessuno, non avevo trovato il passaggio giusto e mi toccava fare tutto il giro del teatro. “Scema, perché lo sapevo che con la casa bruciata in mezzo al paese, la strada era ancora chiusa”, motivo del mio ritardo.

Intabarrata, mezza imprecante come mio solito, arrivo alla fine della salita e mi vedo passare davanti un berretto da muratore; sotto al berretto, un uomo con giacca, infreddolito anche lui; magro e spedito, che sta andando dove dovrei andare io, cioè verso l’entrata del teatro. Mi zittisco, allungo il passo e la mano, ritrovo la voce e mi presento. Lui mi guarda sorpreso e con il tono fermo e gentile che lo contraddistingue, acconsente.

È così che cinque minuti scarsi dopo mi ritrovo nei camerini sotto il palco, ancora troppo rumorosi per lui che ci tiene che l’intervista audio esca bene e che si è quindi messo ad aprire tutte le porte attorno per trovare un locale adatto, insonorizzato. Con il registratore acceso in mano, l’agenda con le domande sopra una lavatrice (spenta) e l’uomo dalle risposte intense e stringate nel metro quadro restante della stanza, benedico la strada chiusa, il mio quasi ritardo ed il perenne scrupolo di una parcheggiatrice distratta. Ho davanti a me Erri De Luca e lo sto intervistando.

Altro che bicchier d’acqua!

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Agenda

Da qualche anno acquisto l’agenda per l’anno successivo osservando bene la copertina. Mi assicuro sempre che ci sia spazio a sufficienza per descrivere le attività di ogni giorno: sono una maniaca del segnarmi le cose, di scrivere impegni e contrassegnarli come svolti o in attesa di. Perciò sì, ho bisogno di spazio e ne consegue che la borsa debba essere all’altezza del compito, più che altro nelle dimensioni. Ma l’oggetto in generale mi deve trasmettere qualcosa, in questa perpetua rincorsa alla ricerca di senso che è l’affanno quotidiano, se non mensile; la cosa buffa è che, allo scadere dell’anno guardando al tempo trascorso, mi rendo spesso contro di come c’avessi azzeccato oppure fossi andata a cercarmela. Ad esempio, nel 2016 ho vissuto in simbiosi con l’agenda di Guerre Stellari e sì, posso assicurare di essermi sentita più volte sia chiusa in una navicella in viaggio per mete solo mie, che continuamente sballottata da un pianeta all’altro, ma soprattutto alle prese con sfide mai troppo grandi, ma nemmeno troppo piccole.

Per farla breve, ecco l’agenda che ha catturato la mia attenzione per l’anno che verrà e che è finita nella relativa nuova e capiente borsa. Lascio a voi i commenti, augurando #tantaserenità e tutti!

 

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